Sorriso, parte 2

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Qui la prima parte.

 

Aveva indagato sull’autore. Un passato inesistente, senza nessuna pubblicazione, fino a qualche settimana prima, con l’uscita del suo primo libro. Le coincidenze sembravano troppe.

Sapeva, in cuor suo, che la ricerca era finita: aveva trovato l’assassino dell’amico. Arrestarlo però, avrebbe richiesto prove, che lui al momento non possedeva.

Così lo aveva voluto interrogare, per farlo confessare.

Nello stanzino senza finestre l’aria è pesante, calda. Mario allenta il nodo della cravatta, e sbottona leggermente la camicia.

«Ha sempre fatto schifo, vero?», le parole escono naturali dalla bocca di Mario.

«Cosa ha detto, mi scusi?». L’uomo sembra scosso da quella domanda. Finalmente una reazione.

«Nessuno ha mai apprezzato i suoi lavori, ma lei sognava di diventare uno scrittore. Peccato però che facesse schifo».

L’uomo lo fissa, con uno sguardo carico d’odio. Ma continua a non tradirsi.

«Così quando ha visto il suo successo, ha deciso di ucciderlo. Lo invidiava così tanto?», Mario continua a punzecchiare l’uomo, nella speranza di vederlo cedere.

«O forse si è presentato da lui, per farsi raccomandare…», Mario si avvina di nuovo all’orecchio dell’uomo. Sa che quello è il suo punto debole, riesce a percepirne l’odore, come il cacciatore con la preda.

«… ma anche a lui faceva schifo. Le ha detto che non sarebbe mai diventato uno scrittore, e che i suoi lavori erano osceni, che lei non sapeva scrivere».

Il volto dell’uomo è ormai paonazzo. “Ancora poco”, si ripete in testa Mario: sa che non può permettersi di sbagliare nulla, nemmeno una parola.

É pronto, sa quale sarà la prossima frase, e sa che sarà quella che manderà al tappeto l’uomo, le guance pronte ad esplodere.

Ma gli angoli della bocca dell’uomo iniziano a tremare, prima con veloci scatti nervosi intervallati, poi sempre più ravvicinati. L’uomo chiude gli occhi. Quando li riapre, Mario non riesce più a vedere la debolezza che era affiorata poco prima: il rossore è scomparso con essa.

Gli angoli della bocca si fermano; poi, lentamente, le smorfia comincia ad assumere una forma, che diventa pian piano un sorriso.

Mario non sa cosa fare, resta composto. Lo fissa ancora, ma dentro di lui sa che quell’uomo non si sarebbe più tradito.

«Cos’ha contro di me, agente?»

Mario non risponde; cerca di calmare il respiro, e di tenere a freno la rabbia: avrebbe voluto lanciarsi addosso all’uomo e riempirlo di botte.

L’uomo si alza, senza staccare gli occhi da Mario, mantenendo il sorriso stampato, carico di disprezzo e superiorità.

«Abbiamo finito, allora», avviandosi verso la porta.

Nel corridoio, era arrivato l’avvocato. Mario lo sente sbaritare in lontananza contro i suoi colleghi. Ogni speranza di rendere giustizia al suo amico stava attraversando la porta della stanza, insieme all’uomo con il sorriso.

Mario si alza, gli gira la testa. Segue l’uomo nel corridoio, dove intanto l’avvocato ha preso sotto la sua ala di protezione un assassino. Ma solo Mario lo sa.

Non può far altro che restare a guardare, le braccia tese lungo i fianchi. La porta d’ingresso si apre, l’uomo è a un passo dalla libertà, pronto a tornare a godersi la fama e il successo del suo amico.

Si ferma.

Volta leggermente la testa, e torna a fissare Mario per l’ultima volta. Il sorriso, era ancora al suo posto, ma aveva cambiato forma. Mario lo riconosce come quello impresso nella foto sul retro del romanzo che aveva visto in libreria.

Per il mondo, lui non era l’assassino.

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